E’ di Nova Siri uno dei quattro italiani feriti AD HERAT in Afghanistan

E’ lucano uno dei quattro italiani feriti giovedì in Afghanistan. Antonio Carlucci, 25 anni, è originario di Nova Siri. Sarebbe tornato a casa tra quattro giorni per un periodo di riposo. E invece, intorno alle 10,30 di ieri, il telefono dei suoi genitori è squillato. All’altro capo della cornetta c’era lo stesso militare, che ha annunciato di persona l’evento e ha potuto tranquillizzare sulle condizioni di salute. Non è in pericolo di vita. Nello scoppio, per fortuna, ha riportato una frattura al piede, anche se l’entità del danno non è ancora pienamente definita.
Pochi minuti prima della chiamata, la madre del giovane aveva sentito per radio la notizia dell’attentato. Questa volta, però, si era spaventata meno del solito: Antonio, infatti, aveva annunciato che in questa settimana sarebbe stato impegnato in attività all’interno della caserma. E invece, subito dopo, è stata avvisata dal marito: in quell’attentato era coinvolto proprio il figlio, che, per fortuna, era riuscito a rassicurare la famiglia facendo sentire la propria voce.
Come lui altri due soldati feriti (anche per loro fratture agli arti inferiori e superiori) hanno potuto avvisare di persona le famiglie subito dopo l’attentato. Diverso il caso di un quarto, sottoposto a un immediato intervento chirurgico. I familiari di quest’ultimo sono stati raggiunti da un team dell’ Esercito che li ha aggiornati sulle sue condizioni. Neppure lui, comunque, sarebbe in pericolo di vita. I quattro sono stati subito ricoverati presso l’Ospedale Militare (Role2) di Camp Arena. Il loro rientro è previsto per questa notte a Roma, dove dovrebbero rimanere per qualche giorno presso l’Ospedale Militare della capitale.
Alle ore 12.19 di giovedì, ora locale, al momento dello scoppio, i quattro militari erano a bordo del loro veicolo (Vtlm Lince) quando sono rimasti feriti a causa dell’esplosione di un ordigno al loro passaggio. Erano impegnati in un’attività di controllo pianificato nei pressi del villaggio di Siah Vashian (Distretto di Herat)». L’esplosione dell’Ied, il rudimentale ordigno esplosivo che li ha colpiti, è avvenuta a circa 5 chilometri a sud dell’aeroporto di Herat, sede del quartier generale italiano. I quattro appartengono alla Task Force Center, su base 11mo reggimento Bersaglieri. L’Ied (Improvised Explosive Device- ordigno esplosivo improvvisato) è uno degli ordigni più frequentemente utilizzati nella guerriglia afghana e ha già provocato un elevato numero di vittime tra le forze alleate. Quello scoppiato ieri era di fabbricazione rudimentale, ma, sulla base del potenziale dell’esplosivo, avrebbe potuto procurare danni ben più gravi.
Questa volta il blindato italiano (“San Lince” lo chiamano, non per caso, i militari italiani) ha retto l’urto. Lo ha sottolineato con orgoglio anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Oggi, come in tante altre occasioni, il Lince ha fatto il suo dovere. Il guaio grosso è che, purtroppo, altre volte non ce l’ha fatta a proteggere i nostri uomini”.
L’attentato è stato rivendicato dai talebani con un comunicato pubblicato sul loro sito internet. Nel documento il portavoce del movimento afghano Qari Yousuf Ahmadi ha sostenuto che “almeno cinque invasori sono stati uccisi verso mezzogiorno in un attacco con un rudimentale ordigno esplosivo”. Una notizia che, per fortuna, non ha trovato conferma nei fatti.
Ai quattro soldati sono giunte anche le belle parole del ministro Giorgia Meloni, oltre a quelle dei Presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani: “L’Italia – ha detto il ministro Meloni – ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di questi ragazzi in divisa, che con senso del dovere portano in alto il nome e i valori della Nazione nei teatri di crisi in cui sono chiamati ad operare. Ognuno di loro è un modello e un esempio per i giovani italiani.»
Antonio Carlucci è un ragazzo particolarmente stimato in paese. Prima di partire per l’Afghanistan aveva partecipato alla missione italiana in Libano. Ha vissuto la sua brillante carriera militare con grande abnegazione, ma sempre con sobrietà. Parlava della sua attività militare sempre con riservatezza e senza vanto. Coraggioso e umile. Una parte dell’orgoglio nazionale, grazie a lui, arriva anche in Basilicata.
FONTE: pino Suriano da Il Quotidiano della Basilicata

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